Dal DISCORSO FATTO AGLI UOMINI DALLA SPECIE IMPERMANENTE DEI CAMMELLI POLARI
di Giuseppe Genna
[settembre 2010, :duepunti edizioni]
Amiche e amici,
viaggiatori scriteriati e visionari non ebbero il coraggio, prima che cessasse il flusso ematico circolatorio nei loro involucri corporei in pieno gelo, di testimoniare su carta, con inchiostro anche delebile (purché la cosa fosse scritta!), l’esistenza di fenomeni anomali nelle vaste rade ghiacee intorno al punto in cui l’asse magnetico fora la terra, e ne fuoriesce in pieno Antartide: il Polo.
Il cuore puntiforme, dissoluto e basculare del pianeta.Tali viaggiatori, Caboto delle cime di Ongal e della barriera di Ross, calpestatori di diomedee impallidite e ossidate sotto lo strato di cristalli gelidi, calzando quelle pedule ramponate con le stringhe di cuoio a più giri e i nodi gonfi di acqua, indossando occhiali a lenti imbrunite con fiamme fragili, disperando dei soccorsi che in situazioni estreme essi sapevano non li avrebbero mai raggiunti, slacciati gli arti in tende sferzate dai venti catabatici che corrono a trecento chilometri orari, dispersi quei corpi poco prima di esalare l’alito vitale lontani dalla temibile foca leopardo (che è tale perché carnivora), hanno osservato distanti, eppure nitidamente, le sagome in fila lineare ordinata dei Cammelli Polari e non ne hanno rilasciato testimonianza alcuna. Al punto che neanche si è sviluppata, intorno a tali curiosi o inquietanti esseri (come tutto, a questo mondo, il giudizio dipende dalla prospettiva), una leggenda, una diceria colma di fantasticherie, la malizia di sfogo del fenomeno umano, giunto a tali proibitive longitudinalità.